prova

Agosto 9, 2009

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Io, noi e il lavoro

Marzo 8, 2008

Seicittadiniacena riunione n.3

Presenti: 5 cittadini su 6
Assente giustificata Marta, tanto per cambiare a 280 km di distanza per lavoro
Menù: pizza (eh sì, da asporto, la riunione è stata convocata d’urgenza)

Caro Walter,

la candidatura di Calearo proprio non ci è piaciuta, così come non ci è piaciuto che suo nome abbia riempito lo spazio destinato a parlare di lavoro e di imprenditoria. È successo quello che temevamo: invece di creare un partito e una idea di esso dai confini precisi verso cui attirare le persone (rocco dice: i soggetti politici), si sta allargando il recinto nella speranza di inglobare pecore di greggi diverse. Semmai questa scelta dovesse funzionare da un punto di vista tattico – dovesse cioè pescare voti nel bacino del nordest, e Paola ne dubita fortemente – sicuramente da un punto di vista strategico è un errore che rimanda al futuro il problema di una mancata omogeneità politica all’interno di un partito nato dichiaratamente per risolvere questa frammentazione. Fede obietta che se Calearo è candidato nelle liste del Pd, evidentemente tra lui e te c’è un accordo chiaro e preciso sul programma e sui principi. Stando così le cose noi altri quattro non possiamo fare altro che augurarcelo, e forse nemmeno. Dipende dagli intenti…

E ora si parla di lavoro, del resto per questo ci siamo riuniti. Va bene Walter, tu hai detto che deve essere possibile aprire una impresa in un giorno. Ben venga – dice Fede (stasera è battagliero, stanco e incazzato) – ma come e con che garanzie? Visto che ti scriviamo dal Nordest, fantomatico luogo (politico) in cui ci sono più capannoni – coro: vuoti, Bea: grazie alla Tremonti bis – che case, e imprenditori con più aziende che figli, mettiamo bene in chiaro cosa voglia dire aprire una impresa in un giorno. Bene se vuol dire svincolare l’intraprendenza dalla burocrazia. Bene se significa dare una possibilità alle capacità di ciascuno. Ma bene, soprattutto e solo se significa:

- un controllo rigoroso su chi apre le imprese, come e con che soldi,

- un controllo fiscale altrettanto rigoroso,

- garanzie e controlli sul rispetto della sicurezza e della continuità del lavoro.

Cioè in una sola formula, la coesistenza dei diritti civili e della legalità. Non solo, davvero – si chiede Paola – ci auguriamo un mondo del lavoro in cui la flessibilità è sistema? Non determina questo una impossibilità dell’individuo di realizzarsi nel proprio lavoro? Semmai possiamo augurarci che la flessibilità sia un patrimonio che l’individuo può spendere se Vuole cambiare e non un obbligo che deve subire. Per fare questo è necessario che la condizione del lavoratore flessibile sia una condizione di aggiornamento e apprendimento continui che gli permetta di rivestire ruoli sociali diversi cambiando lavoro. Al contrario, la precarietà è la stasi, l’accettazione di qualsiasi cosa si presenti pur di passare la nottata.

A questo si aggiunge Rocco che sottolinea la perversione di un modello che rende schiavile il lavoro delocalizzato nei paesi in via di sviluppo, usa e getta la manodopera dei paesi sviluppati e contemporaneamente ha determinato la trasformazione aberrante del lavoratore (Art.1 della costituzione: L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro) in consumatore. Dalla relazione di Rocco sul 900: Come soggetto politico è scomparsa la classe dei lavoratori, cioè dei produttori di ricchezza, e al suo posto stanno subentrando i consumatori di ricchezza. C’è qualcosa che non funziona.

Negli anni sessanta e settanta il movimento operaio ha ottenuto lo Statuto dei lavoratori e lottato a fianco di altre categorie per la scuola media unificata, per l’assistenza sanitaria nazionale, per il diritto al divorzio e all’interruzione di gravidanza, per la riforma del diritto di famiglia, per la chiusura dei manicomi, la riforma penitenziaria, la sindacalizzazione dell’esercito e delle forze di polizia.

Oggi i cambiamenti selvaggi del mondo del lavoro hanno prodotto l’Io precario.

Io precario fa la spesa rigorosamente al discount, veste al mercato. Io precario fa fatica a comprare una macchina perché nessuno gli dà un finanziamento. Ammesso che una macchina l’abbia, fa fatica a mantenerla, perché bollo e assicurazione pesano. Io precario non può avere una casa e tantomeno una famiglia. Io, precario con un figlio, diventa istantaneamente disoccupato.

Molto di tutto questo è dovuto al predominio dell’economia sulla politica. Il mercato decide su tutto – dice Paola – e per tutti. Forse sarebbe il caso, come del resto dice la nostra Costituzione all’articolo 41, di riportare la politica – intesa come bene comune, come noi e non solo io – al di sopra dell’economia.

Good night and good luck.

p.s.

La prossima volta si parla di laicità…


Cena da noi?

Febbraio 26, 2008

Seicittadiniacena: cena numero due

Presenti cinque cittadini su sei (Beatrice entra alle ore 23.10 direttamente dal lavoro)

Assenti giustificati: Marta, a 280km di distanza

Menù: fagottini del viandante (non a caso dice Paola), insalata, pizzette e ‘nduja

Caro Walter,

sono le undici e cinque, e la cena è cominciata alle otto. Siamo al moscato (siciliano) con i xaetti – trevigiani, tanto per non lasciare la cucina locale alla lega. Tre ore di cena e siamo alla riga due. Il vino non c’entra, l’impegno gastronomico nemmeno, la vera difficoltà è stata trovare un punto di partenza da cui ricominciare. Avremmo potuto proseguire declinando l’intero programma di governo, o dedicarci alla pura e semplice propaganda. Avremmo potuto dedicare la nostra attenzione ai radicali – lo dice Bea, arrivata adesso – oppure al fallimento dell’homo novus di cui parla Rocco (il quale aveva una già una lettera alternativa che cominciava: “Cari compagni”… Cassata). Alla fine nessuna di queste ipotesi ci soddisfaceva. O meglio, ci soddisfacevano tutte. Ma sarebbe stato impossibile riunirle in un unico ragionamento perché ciascuna di esse è contemporaneamente un particolare – un particolarismo – e un generale, talmente vasto da meritare una declinazione a sé…

La scuola, ad esempio, non è forse la scuola di ciascuno, il proprio istituto, i propri professori, il programma scolastico? Ma non è allo stesso tempo anche la discussione di un modello e dei valori che esercita?

I valori – dice Rocco – c’è bisogno di valori, di ideologie, ma di ideologie realistiche. Il patrimonio dei valori non può essere lasciato alle religioni. Quali sono quelli del Pd, quali quelli della sinistra cosiddetta radicale? (Quali quelli della destra, dice Bea? Cassata… risposta in coro)

E poi il lavoro, questione centrale, e la famiglia, la sicurezza, la politica internazionale, i localismi…

Seicittadiniacena hanno deciso di partire da qui, moltiplicando le prospettive. Il dente duole, quindi la prossima volta – ora è tardino – si parte dal lavoro. Good night and good luck.


Caro Walter…

Febbraio 11, 2008

Caro Walter,
abbiamo deciso su due piedi di scrivere questa lettera. Così, in sei seduti a tavola una sera di fine inverno, con la delusione di avere visto cadere un governo fortemente voluto ma mai amato, e il terrore di vedere ancora un governo né voluto e tantomeno amato. Tra il primo e il secondo, in realtà, è un terzo motivo quello che ci ha convinti a scrivere. Il più semplice: i consigli di cittadini che non hanno nessuna intenzione di rinunciare all’idea che il proprio riferimento politico voglia ascoltarli.

Paola – mamma, nonna e insegnante appena pensionata – ha il terrore che per cercare di prendere i voti del centrodestra tu ti dimentichi di rivolgerti al tuo popolo, quello che è sempre stato di sinistra e che ha avuto la fortuna di sentirsi popolo, il gabbiano ipotetico di Gaber. Ci sono invece intere generazioni che questa fortuna non l’hanno mai avuta e che invece in questo momento sono pronte per averla. È proprio parlando al tuo elettorato come se parlassi a tutti – con passione, passione vera, anche muso duro dice Rocco (ti ha conosciuto a Roma, San Lorenzo) – che potrai creare anche per loro una idea di popolo in cui identificarsi.

Beatrice – giornalista precaria – vuole che sia restituita dignità e nobiltà alla funzione politica. Anche tramite un leader. Il leader, l’uomo politico, deve essere migliore di chi lo elegge. E lo può fare solo circondandosi di migliori. La politica non può essere fatta dalle terze o dalle quarte file. La politica appartiene ai competenti e preparati, agli onesti – non servirebbe neanche dirlo, specifica Fede, anche lui giornalista, anche lui precario – e a chi ha un senso profondo del bene pubblico. La politica è un privilegio intellettuale e etico, ma non è fatta di privilegi materiali. Rocco sostiene che la politica è partecipazione. Sopra un certo livello diventa professione. Federico e Marta – medico specializzando – preferiscono pensarla come un lavoro. Per tutti, nonostante dieci minuti di discussione sui termini, la politica non è improvvisazione.

Per questo ci aspettiamo – lo dice Fabio, anche lui giornalista, ennesimo precario – che il partito democratico prenda una posizione – una – sulla laicità dello Stato, quella scritta nella nostra Costituzione. Preparati, perché sui temi etici sarai incalzato e messo alle strette per tutta la campagna elettorale. La risposta che ci aspettiamo è una affermazione di laicità. Solo questa può garantire a tutti i cittadini la libertà di esprimersi e di scegliere. La laicità è una opportunità e una tutela, soprattutto per chi crede. Cosa accadrebbe se la maggioranza degli italiani fosse musulmana? Non invocherebbero tutti gli altri la laicità altrimenti dimenticata dello Stato?

La campagna elettorale l’hai cominciata bene: bisogna andare da soli, e soprattutto hai cominciato bene dettando l’agenda senza subire le mosse dell’avversario. Continua a precedere, non passare i prossimi tre mesi rispondendo, non spendere il tempo ad assecondare le tattiche di giornalisti prezzolati.

Come avrai capito, a questa tavola la maggioranza si divide tra pensionati – Rocco tergiversa ma c’è quasi – e precari. Marta forse è l’unica che può tirare un sospiro, grazie all’aumento di stipendio – da 800 a 1800 euro – varato dal governo Prodi, però da questo mai pubblicizzato. Forse proprio grazie a questo sollievo Marta ha la capacita di farci pensare su cosa sia veramente la precarietà. Non è solo una questione di soldi, che pure sono importanti, la precarietà è l’impossibilità di poter pensare il futuro. Il lavoro crea un modo di stare al mondo. La precarietà ne crea un altro: quello del giorno per giorno, della mancanza di interesse, della mancanza di lungimiranza. Del chi me lo fa fare: perché seminare una pianta se non la puoi coltivare? Da qui l’egoismo, la frammentazione, anche l’antipolitica.

Sulla scuola, della cui centralità non dubitiamo tu sia consapevole, ci sarebbe da fare un discorso a parte. Verrebbe fuori un plico interminabile se lasciassimo a Rocco la libertà di parola necessaria… Possiamo dire, però, che solo la cultura fornita da una scuola autorevole può dare ai ragazzi gli strumenti per affrontare un mondo così complesso.

Last but not least (yes, we can!), sarebbe ora di avere una politica ambientale che non sia appannaggio di un partito ma che sia parte integrante di una vera progettualità, capace di superare i no preconcetti e di avere la lungimiranza di scontentare qualcuno per il bene di tutti.

Molte altre cose vorremmo aggiungere ma è passata la mezzanotte e Paola domani deve prendere un aereo. La partita, dice, è molto importante. Che sei persone si siano sedute a un tavolo – Federico era riluttante… – per dirtelo lo dimostra da sè.
Good night and good luck.

Beatrice, Fabio, Federico, Marta, Paola e Rocco

seicittadiniacena@gmail.com